Il 2017 è un anno speciale per il Centro d’ascolto della Caritas Diocesana, che a luglio festeggerà i trent’anni di vita. Abbiamo chiesto ad Elda Conte – Responsabile del Centro d’ascolto – di raccontarci come è iniziata questa avventura e quali sono le prospettive per il futuro.

Come è nato il CDA della Diocesi?

Il centro d’ascolto diocesano nasce nel 1987 su iniziativa di un gruppo di amici in quel momento impegnati nel loro servizio di obiettori di coscienza presso Caritas – Marco Casarino, Marco Cattaruzza, Tullio Vardanega – ed altri tra cui io. Ci univa l’esperienza del gruppo Padre Alfonso, associazione nata per favorire la socializzazione dei disabili. Prima di partire con il progetto facemmo un lavoro di screening sul territorio e andammo a visitare le diocesi dove erano presenti iniziative analoghe. Volevamo costruire un centro d’ascolto per persone senza fissa dimora dandoci un’impostazione chiara: il focus del nostro lavoro doveva essere l’ascolto, la comunità cristiana che si piega verso l’ultimo e il diverso. Pur avendo subito chiara la direzione in cui volevamo andare, accanto a tanto entusiasmo avevamo anche un pizzico di timore perché venivamo tutti da contesti protetti, di parrocchia. Ma tutto andò per il meglio e devo ringraziare la Diocesi e l’allora direttore della Caritas don Renzo Cortese per la fiducia che ci accordò. Cominciammo in una stanzetta in via Don Minzoni 72, che avevamo in condivisione con i maestri cattolici. Un grande supporto ci fu dato dagli obiettori di coscienza, che coinvolgemmo nel progetto e che in questa fase furono preziosissimi. Il periodo degli inizi fu pioneristico e stimolante: imparavamo cose nuove ogni giorno, ogni incontro che facevamo. Ogni settimana facevamo il punto della situazione confrontandoci e ogni quindici giorni facevamo un momento di formazione con esterni.

Qual è la situazione attuale e quali sono stati i maggiori cambiamenti rispetto al periodo iniziale?

Noi nascemmo a fine anni ’80 come un centro d’ascolto per persone senza fissa dimora. Nel corso del tempo lo scenario è radicalmente mutato, oggi abbiamo di fronte una domanda molto più variegata: oltre agli homeless si rivolgono a noi anche famiglie numerose che non riescono a sbarcare il lunario, immigrati, persone che con la crisi hanno perso il lavoro. Spesso esiste un clima di competizione fra italiani e immigrati e addirittura fra gli immigrati stessi, fra vecchia e nuova immigrazione. Noi facciamo di tutto per evitare la contrapposizione ma a volte non è facile spiegare – per usare le parole di Papa Francesco – che le persone che arrivano in Italia fuggendo da situazioni drammatiche sono semplicemente fratelli e sorelle che cercano la felicità. Non sono i poveri immigrati a causare le difficoltà e le povertà di tante famiglie italiane ma un sistema iniquo che fa sì che molti abbiamo poco e pochi molto.

Il filo rosso che tiene unito passato e presente è quindi quello dell’accoglienza?

Certamente. La nostra impostazione non è cambiata, lavorare sulla persona e contemporaneamente aiutare concretamente. Il nostro sforzo è teso a ricostruire la storia e quindi l’identità della persona per arrivare – una volta fatto questo passaggio – a costruire un progetto che la porti ad un’autonomia sociale ed economica. Rispetto agli inizi siamo molto cresciuti dimensionalmente, siamo in grado di offrire più risposte ma siamo rimasti fedeli allo spirito delle origini. L’obiettivo della Caritas non è mai il mero assistenzialismo ma l’assistenza e la promozione della persona.

Se dovessi fare un bilancio personale di questa storia che ti ha visto protagonista sin dall’inizio quale sarebbe?

Assolutamente positivo. Dico sempre che vivere questa esperienza è stata per me la possibilità di realizzarmi pienamente. Ho una forma di scoliosi idiopatica molto grave sin dalla nascita, i primi 22 anni della mia vita sono stati un entrare ed un uscire continuo dagli ospedali. Le cure della mia patologia prevedevano periodi lunghi in cui ero ingessata per buona parte del corpo: nei momenti di sconforto, sin da bambina chiedevo a Dio la forza di fare della mia vita qualcosa di utile per me e per gli altri. Questa possibilità mi è stata data e non posso far altro che ringraziare la Diocesi, tutti i direttori della Caritas che si sono avvicendati nel corso di questi trent’anni e le molte persone con cui ho condiviso questo cammino. Ho conosciuto donne e uomini provenienti da moltissimi paesi diversi, ho viaggiato se non con il corpo sicuramente con la mente. E una cosa più di tutto ho imparato: anche i più disperati, anche coloro che hanno costruito intorno a sé una corazza di cinismo hanno al di sotto di essa un nocciolo morbido, un bisogno di amore e di umanità. Si può essere arrabbiati con la vita, con tutto e con tutti, ma uno spiraglio per riattivare la speranza se si vuole lo si trova sempre.

 

 

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